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26 giugno 2015

Internet of the Things: utopia futuristica o opportunitą da sfruttare?

L’Internet of Things (IoT) è un neologismo che fa riferimento all’estensione di internet al mondo degli oggetti di uso comune ed ai luoghi. Il termine è stato introdotto nel 1999 all’Auto-ID Center, un consorzio di ricerca che trova sede al MIT (Massachusetts Institute of Technology), ed è poi stato sviluppato dall’azienda di ricerca Gartner.

L’internet delle cose è visto come una possibile evoluzione dell’uso della rete, secondo la quale gli oggetti si rendono riconoscibili e acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter comunicare dati su sé stessi e accedere ad informazioni aggregate da parte di altri.
I campi di applicabilità sono molteplici: dalle applicazioni industriali, alla logistica e all’infomobilità, fino all’efficienza energetica e l’assistenza remota, coinvolgendo la domotica, la robotica, la telematica, le reti wireless di sensori e la sorveglianza con il rilevamento di eventi avversi, ed il monitoraggio in ambito industriale, biomedicale, smart grid e smart city.

Gli oggetti coinvolti creano un sistema di interconnessione, avvalendosi di molteplici tecnologie di comunicazione, partendo dai tag RFID, sostituiti ora da nuove tecnologie capaci di rendere più efficace la comunicazione tra gli oggetti, come lo standard IEEE 802.15.4e, in grado di incrementare notevolmente l’affidabilità dei collegamenti a radio frequenza e l’efficacia energetica, grazie all’adozione del meccanismo di accesso al mezzo Time Spotted Channel Hopping. Queste tecnologie a più basso livello, quando integrate in architetture protocollari basate su protocolli IP, possono dar concretamente vita alla visione dell’internet of the things, essendo in grado di dialogare con i nodi della rete internet.

Quando si parla dell’Internet delle cose, inoltre, entrano in gioco altre tecnologie come l’IPv6 (il nuovo protocollo internet che permetterà di aumentare il numero di indirizzi IP a disposizione), Big Data (la raccolta di informazioni dettagliate su uno specifico individuo) e cloud computing, in riferimento alla sicurezza e stabilità delle infrastrutture che conservano le informazioni inviate e scambiate tra dispositivi IoT e tradizionali, smartphone, tablet e computer ma anche i data center delle aziende.

Secondo stime di Gartner, nel 2020 ci saranno 26 miliardi di oggetti connessi a livello globale, mentre ABI Research ne stima più di 30 miliardi, ma ci sono altri istituti che sono arrivati a prevederne fino a 100 miliardi.
Le aspettative quindi rivelano che l’internet delle cose cambierà il nostro modo di vivere, sotto molti aspetti della quotidianità, e gli oggetti intelligenti che ci circonderanno permetteranno il risparmio energetico sia a livello personale, nelle smart home dotate di domotica, sia a livello macroscopico, con le smart city e smart grid. Persino Facebook ha deciso di muoversi verso questa prospettiva, prevedendo un applicazione sulla sua piattaforma, che permetterà di mettere in rete oggetti reali, tanto da controllare tutti gli aspetti di domotica, come bagnare il prato quando siamo in ferie, accendere il riscaldamento prima di rientrare in casa o spegnere le luci da una stanza all’altra attraverso il famoso social network.

Internet of the things quindi  è uno dei drivers del futuro prossimo e parlarne in termini futuristici attualmente risulta un errore. È un mondo vasto, in cui le incertezze come le possibilità sono innumerevoli, ma occorre riflettere sulle opportunità che questo fenomeno offre  in modo da non farsi trovare impreparati, in quanto i limiti applicativi dipendono solo dalla nostra fantasia.

 

 

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